venerdì 29 gennaio 2016

Piacere & Felicità



[Lectio Magistralis]

1.      Mi chiamo Francesco Compagnoni e sono il docente di Bioetica in questa Università Pontificia più anziano in servizio: da venti anni insegno questa disciplina con un corso che si estende su quattro semestri per studenti di teologia e di scienze sociali.
Nel primo semestre tratto di temi fondativi, come lo sviluppo delle scienze biomediche nel XX secolo, le più recenti filosofie del corpo, il piacere ed il dolore. Ed anche del rapporto tra il piacere e la felicità umana.


Tutti sappiamo cosa è un piacere, perché lo abbiamo sperimentato più volte, ma non sappiano cosa è la felicità, pur avendola sperimentata qualche volta.

Non siamo però i primi ad essere in questa ignoranza.
Seneca, filosofo romano del primo secolo, scrive all’amico Lucillo:
Ritengo che bisogna fare attenzione a non mescolare due questioni che vanno esaminate separatamente; in un modo si argomenta che l'unico bene è l'onesto, in un altro che la virtù basta alla felicità...
Senocrate e Speusippo giudicano che si può diventare felici anche per la sola virtù, ma non che l'unico bene è l'onesto. Anche secondo Epicuro, avendo la virtù, si è felici, ma la virtù non basta alla felicità, perché a rendere felici è il piacere che deriva dalla virtù, non la virtù in se stessa. È una distinzione che non vale niente: lo stesso Epicuro sostiene infatti che la virtù si accompagna sempre al piacere. Così se vi è sempre strettamente unita e ne è inseparabile, basta anche da sola; di fatti, anche quando è sola, ha con sè il piacere, senza il quale non esiste.
(Seneca, Lettere a Lucilio, 85).

Seneca ha evidentemente, oltre il piacere e la felicità, un terzo oggetto di esperienza e discussione: la virtù (cioè l’onestà, la vita morale: l’attitudine interiore, stabilmente acquisita, di compiere il bene).

2.      Sappiamo che esistono piaceri dello spirito, o diciamo almeno mentali, come capire un problema di matematica o venir a sapere che una persona che stimiamo ci stima anch’essa. E piaceri più legati al corpo come quelli sessuali, il buon cibo, il riscaldamento d’inverno e l’aria condizionata in estate.
Ma non esistono piaceri umani puramente corporali, perché siamo sempre noi come persona razionale che li percepiamo. Così non sappiamo cosa sia il piacere sessuale di un animale, perché noi da parte nostra leghiamo l’attività sessuale a molte esperienze e immagini puramente umane, come la fiducia nell’altro e l’aspettativa che dall’atto sessuale nasca un’amicizia disinteressata.

Se abbiamo tutto un sistema di nocicettori per percepire il dolore fisico, non abbiamo l’ esatto parallelo anatomico per percepire il piacere. Le endorfine, la dopamina e il loro effetto sul nucleus accumbens non bastano a spiegare tutto il piacere umano, che è sempre elaborato dalla corteccia cerebrale.


3.      Ma torniamo ai filosofi antichi. Questa volta al filosofo greco Aristotele che fu precettore di Alessandro Magno.
Aristotele, Etica a N., lib. X (K), cap. 1-5,  6ss felicità
Infatti felice sarà la vita di chi svolge la sua attività secondo la virtù. “ (v.8)

Aristotele interpreta il piacere sulla base del concetto di enérgheia, ossia come attività, anzi come quel quid che si accompagna ad ogni attività ed attua il suo scopo e lo perfezionaQuindi il piacere è la risonanza soggettiva di un bene oggettivo.

Il piacere si accompagna ad ogni attività umana (sia essa attività sensibile, pragmatica o teoretica) e la perfeziona.
Quando noi agiamo o conosciamo, sia sensibilmente che intellettivamente, noi traduciamo in atto, ossia realizziamo, determinate nostre potenzialità, e queste nostre attività raggiungono/attuano il loro scopo relativamente all’oggetto che è loro proprio.
Proprio perché le nostra attività realizzano oggettivamente le nostre potenzialità, esse costituiscono qualche cosa di oggettivamente positivo, e il piacere si accompagna ad esse come risonanza soggettiva di quel positivo oggettivo.



4.      Ora ascoltiamo Trilussa:

« C'è 'n'ape che se posa
sopr'un botton de rosa:
l'annusa, e se ne va...

In fonno, la felicità
è 'na piccola cosa. »

(Trilussa, "Felicità", da Acqua e vino1927)

Per un animale piacere e felicità si identificano, perché l’animale non ha la conoscenza intellettuale del tempo, né quella di causalità, né il concetto di vita buona, ben riuscita.
Solo l’uomo ha questo ideale. Un animale non può sottomettersi ad un dolore prolungato in vista di un bene futuro più intenso e soprattutto più completo.  Solo un’intelligenza che controlla la propria vita, anche fisica, può prevedere e quindi provvedere.



Felicità è quando non si desidera altro, perché si è totalmente soddisfatti: cioè si sono raggiunti gli obiettivi intrinseci nel dinamismo della nostra natura, umana e personale.
In questo senso probabilmente un animale che conduce una vita secondo la propria natura è felice, pur non avendo il concetto astratto di felicità.

5.      Per l’uomo è diverso.
Ricordate la dichiarazione di indipendenza americana (1776) ?:
"Quando, nel corso degli umani eventi, diviene necessario per un popolo spezzare i legami politici che lo hanno unito ad un altro, ed assumere, fra le potenze della terra, la posizione distinta e paritaria a cui le leggi della Natura e di Dio gli danno diritto, il giusto rispetto dovuto alle opinioni dell'umanità esige che esso dichiari le ragioni che lo costringono a separarsi.
Consideriamo verità evidenti per sé stesse che tutti gli uomini sono creati uguali; che sono stati dotati dal loro Creatore di taluni diritti inalienabili; che, fra questi diritti, vi sono la vita, la libertà e il perseguimento della felicità.

with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty, and the pursuit of Happiness

That to secure these Rights, Governments are instituted among Men...



Due secoli dopo Papa Ratzinger ha scritto nella sua enciclica Deus Caritas est (2005)

E’ emersa la questione se il messaggio sull'amore, a noi annunciato dalla Bibbia e dalla Tradizione della Chiesa, avesse qualcosa a che fare con la comune esperienza umana dell'amore o non si opponesse piuttosto ad essa. A tal proposito, ci siamo imbattuti nelle due parole fondamentali: eros come termine per significare l'amore « mondano » e agape come espressione per l'amore fondato sulla fede e da essa plasmato. Le due concezioni vengono spesso contrapposte come amore «ascendente » e amore « discendente ». Vi sono altre classificazioni affini, come per esempio la distinzione tra amore possessivo e amore oblativo (amor concupiscentiae – amor benevolentiae), alla quale a volte viene aggiunto anche l'amore che mira al proprio tornaconto.
... In realtà eros e agape — amore ascendente e amore discendente — non si lasciano mai separare completamente l'uno dall'altro. Quanto più ambedue, pur in dimensioni diverse, trovano la giusta unità nell'unica realtà dell'amore, tanto più si realizza la vera natura dell'amore in genere. Anche se l'eros inizialmente è soprattutto bramoso, ascendente — fascinazione per la grande promessa di felicità — nell'avvicinarsi poi all'altro si porrà sempre meno domande su di sé, cercherà sempre di più la felicità dell'altro, si preoccuperà sempre di più di lui, si donerà e desidererà « esserci per » l'altro. Così il momento dell'agape si inserisce in esso; altrimenti l'eros decade e perde anche la sua stessa natura. D'altra parte, l'uomo non può neanche vivere esclusivamente nell'amore oblativo, discendente. Non può sempre soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono.


6.      Sono concetti un po’ complessi per essere espressi in poche parole ed in pochi minuti.
Quello che io vorrei comunicare loro è che il piacere è una esperienza umana settoriale, legata ad una funzione (fisica o psichica) ben definita e limitata: nutrizione, evacuazione, riproduzione ma anche sicurezza, dominanza. Ma la somma dei piaceri non corrisponde alla felicità umana, la quale è il risultato positivo della vita intera, condotta responsabilmente verso i valori propriamente umani: fedeltà, generosità, amicizia, sicurezza fisica ed economica...
In questo senso Seneca faceva bene la distinzione tra piacere che non sempre genera felicità, e virtù che la genera anche in assenza di certi piaceri.

La virtù nella nostra tradizione classica-cristiana è il compimento di tutte le potenzialità umane secondo il loro ordine e la loro importanza. (Sono quelle che Amartia Senn chiama capabilities).

Con in più però che questa esperienza culmina nell’amore, agape, che è la comunicazione piena e stabile con un’altra persona. “La persona dei miei sogni, che ho atteso tutta la vita”, direbbe un poeta.

7.      E’ per questo che gli uomini religiosi cercano la felicità presso Dio. Egli è la sicurezza che l’uomo ha raggiunto qualche cosa di superiore alla propria storia e quella della umanità della sua epoca.  L’Assoluto fatto persona è la sicurezza della nostra personale felicità definitiva nella comunicazione di noi stessi e di lui a noi.

Ma può essere felice anche chi con crede in Dio e quindi non sente il bisogno di una assicurazione di senso al di fuori de se stesso, del suo compagno/compagna  o dell’umanità ? 
Sembrerebbe di sì, dal momento che diverse persone per bene dicono di avere questa esperienza globale: una vita felice rinchiusa nella storia umana.

In definitiva questa è una questione non risolvibile con metodi scientifici: non si danno esperimenti ripetibili.
Solo dopo la morte lo sapremo, se ci sarà ancora un soggetto capace in qualche modo di sapere.
Però sappiamo che non tutte le conoscenze umane sono sottomesse alle regole delle scienze empiriche: anzi tutte le scienze umane non lo sono per buona parte delle loro affermazioni. Anche l’ampio campo dello studio del bello e dell’arte rientra in questa categoria verificabile con altre categorie: non per questo però sono campi di conoscenza meno significativi per noi umani. Anche l’economia, la psicologia, la sociologia  hanno un’ampia parte teoretica non verificabile empiricamente. Per questo noi cultori di filosofia umanistica e personalistica non ci sentiamo diminuiti nella nostra ricerca della verità di fronte a ricerche come quelle di clinica medica.

E ci impegniamo nell’apportare un nostro contributo di umanizzazione alle ricerche e alle professioni biomediche, come alle vostre di ginecologia ed ostetricia.

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